L’inchiesta

Crollo del ponte sull’A10 a Genova.

Benvenuto/a nella rubrica ideata da BlogConnection Agency, dedicata all’inchiesta che ha come valore quello di unire una lettura con una chiave interpretativa, senza perdere di mira il nostro motto principale “La digitalizzazione non è smartphone”. Un modo questo, per usare le chiavi del giornalismo come puro mezzo di correlazione tra lettura e pensiero. Inchieste a cura della redazione di BC Agency con la visione della Responsabile Giornalistica Michela Zanarella.

 

Un classico caso all’italiana. Un caso che ha sconvolto le coscienze di tutti, anche grazie alle drammatiche immagini sin qui giunte. 



Su BlogConnection, analizzeremo la questione dal punto di vista legato al mondo dei social. 

Avevo annunciato, qualche giorno fa, sulla fan page del blog, che mi sarei occupato di questa vicenda. Con questo post, mantengo la promessa, e chiedo venia a voi cari lettori, per aver dovuto aspettare qualche giorno. Ma per ingerire una notizia di tale portata, si ha bisogno del tempo, anche per non cadere in facili proclami “come i nostri politici“, e per non affermare enunciati dettati principalmente dalla rabbia del momento.
 
Premetto che:  L’attesa è servita per darmi modo di elaborare l’articolo che non fosse preda della rivalsa, della rabbia del momento, dell’opinione confusa e quindi opinabile, ma che vi fosse una linea coerente di pensiero che potesse dare il giusto equilibrio all’articolo che a breve inizierai a leggere. A volte, per dare il meglio di noi stessi, abbiamo bisogno di quel famoso concetto legato al termine “tempo”.
Analizziamo ora quanto successo a Genova il 14 agosto scorso sull’A10:
 
Una volta uscita la notizia, di una tragedia annunciata, come quella del “crollo di un ponte”, che collegava un arteria della rete autostradale italiana, ha fatto subito il giro del web e dei social. E sui i social, per la forza che la nuova era della “digital comunication” offre, si sono compiuti i migliori discorsi e commenti su una vicenda che ancora una volta non unisce un paese ma lo divide. Commenti, tra lo sgomento e lo sconforto e anche insulti alle massime autorità dello Stato, perché si sa, sui social, possiamo scrivere ciò che vogliamo e sfruttiamo lo strumento per sentirci quanto meno vispi in un mondo che a volte ci vede sopravvivere più che vivere. E un modo anche questo per rimarcare una presenza nel mondo, in un mondo, scusate il gioco di parole, dove si vive nel più grande silenzio.
Ognuno si prende la briga, come del resto anche la classe politica del bel paese, di dare delle soluzioni, che sono sacrosante nel “logos” del momento, ma in realtà non possono trovare fondamento. Una reazione a catena di commenti, like, reazioni e video, indiscutibile.

Ma secondo voi, è il giusto modo per affrontare la questione? 
 
Io credo proprio di no. Prima di tutto perché ancora una volta, invece di essere uniti come popolo, come cittadini, di una nazione, di un territorio, l’Italia si presenta agli occhi del mondo, dell’Europa, divisa come ai tempi di Guelfi e Ghibellini, e divisa come sempre tra nord e sud. Anche in un momento, di assoluta tragedia, di dolore, di profonda emozione, non si presenta la possibilità di lottare per un unico obiettivo, ma ci si divide, puntando il dito contro lo “Stato”, le Istituzioni, e tutti i membri del suolo italiano.
Si punta il dito con una facile lettura che fa venire, sinceramente i brividi. E ditemi che cosa può fare lo “Stato”, in quanto “Organo Collegiale”, organo che rappresenta la sovranità di un popolo, nei confronti dell’inciviltà rappresentata dalle figure che esso metta a tutela dello Stato e a tutela dei cittadini. E sto parlando di organi come: Sindaci, Prefetti, Presidenti di Regione e di Provincia, Questori, che oltre a fare il loro normale ed autorevolissimo lavoro, dovrebbero, a mio avviso, cercare di dare una maggiore sicurezza alle città, facendo veramente i garanti dello “Stato”. Ma lo si fa, ossia, l’arte del “Garantismo“, solo quando ci sono tragedie come queste.
Quindi, lo Stato, non può sopperire alle mancanze di tante teste che dovrebbero essere il fiore all’occhiello di una collettività, ma può trovare delle soluzioni interne per fare in modo che ci siano più controlli e una maggiore sicurezza.
Dal punto di vista della “Digital Comuncation”:
 
Non possiamo pensare che una problema si risolva, commentando un articolo, un post, inserendo una reazione, sui social. Non possiamo pensare che ogni volta che accada un problema, si diventa paladini morali e si esercita in luogo tutto ciò che per la mente ci passa. Non è possibile che ogni volta, non cerchiamo di trovare un punto di incontro per onorare le vittime di quella tragedia che commentiamo. Credo, che in cuor loro, vogliano vedere in noi, non il sentimento legato alla divisione, ma una forza sovrumana che ci permette di cibarsi dello stesso “eco“.
Una tragedia, come quella del ponte di Genova, non può certamente passare inosservata, ma certamente i social devono essere uno strumento utile a trovare la soluzione a un problema che attanaglia da sempre l’Italia, ossia, la manutenzione delle strutture costruite dopo il secondo dopo guerra, che hanno creato quello che negli anni 90 passò come il famoso “Miracolo Italiano“.
Questa tragedia, ci deve essere d’esempio, per creare dei canali che tutelino il controllo delle infrastrutture delle rete italiana.
Usiamo i social per migliorare la nostra vita e non per renderla più frivola.

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