L’inchiesta

Selfie…immagini del nuovo tempo…

Benvenuto/a nella rubrica ideata da BlogConnection Agency, dedicata all’inchiesta che ha come valore quello di unire una lettura con una chiave interpretativa, senza perdere di mira il nostro motto principale “La digitalizzazione non è smartphone”. Un modo questo, per usare le chiavi del giornalismo come puro mezzo di correlazione tra lettura e pensiero. Inchieste a cura della redazione di BC Agency con la visione della Responsabile Giornalistica Michela Zanarella.
 
 
Il “Selfie” è l’immagine del nostro tempo.
Passiamo più tempo a farci un selfie che fare qualcosa di convincente.
“Selfie” termine anglosassone che non dobbiamo assolutamente tradurre, dato che è ormai nel linguaggio di ogni singolo abitante della terra. I bambini, appena nascono, fanno già, ad esempio, la faccia fatidica, l’espressione giusta per immortalare il momento con un bellissimo scatto. Gli scatti, viraci, vivaci, fanno parte del nostro tempo, e nella “digital comunuication”, dettano il tempo trascorso.
Bisogna chiedersi, dal punto di vista sociale e civile, perché ci facciamo un selfie? ..Beh..credo che dare una risposta a tale domanda non sia facile. Per primo perché si tratta di un qualcosa di soggettivo che concerne una singola persona e poi una collettività in ordine di successione. Per secondo perché, non bisogna generalizzare altrimenti si rischia di commettere un grave errore di valutazione. Certamente il dato esauriente lo offre l’agenzia di stampa “AdKronos”, che nel 2016 pubblica un’indagine riguardante la crescita costante sugli adolescenti dell’uso dello smartphone, e delle ore passate sul web. Da questo studio, che ti invito a leggere da questo link, si nota che i nostri figli passano in media 7 ore al giorno sul web, ma ci sono punte di 13 ore. I social network più in voga, sono zeppi di account di adolescenti che condividono sulle loro bacheche tutto ciò che fanno durante le 24h della loro giornata, imitando quelli che oggi sono stati definiti nel nuovo linguaggio comunicativo, “influencer”.
Già questi dati ci dovrebbero far osservare un mondo che è completamente cambiato. Hans Georg Gadamer, filosofo tedesco, è padre di quella scienza filosofica che è conosciuta come “filosofia ermeneutica”, ossia, la scienza che studia il linguaggio e l’interpretazione dei testi, dichiarava a suo tempo che: << per scrivere i miei saggi, ho bisogno di osservare le piazze, le persone, per avere l’emozione giusta da far traslare nei mie contenuti>>.  Oggi più che mai, se ci fosse stato questo grande filosofo, non avrebbe avuto bisogno delle piazze per scrivere i suoi capolavori, ma gli sarebbe bastato guardare l’egemonia dei social e la crescita costante di un fenomeno che nonostante gli sforzi di sociologi, filosofi, pensatori, continua a crescere a macchia d’olio.
Credo che cresca, per il semplice fatto che da un certo punto della prospettiva, ha ben ragione colui che dice che: <>. Le foto che inseriamo sui social, diventano così forma di quel senso innato nell’uomo di far un qualcosa che gli possa dare luce rispetto al suo simile. Un sindrome empatica che non possiamo certamente eliminare, ma possiamo studiarne le cause e studiarne anche le conseguenze.
In un mondo, come quello attuale, una crescita costante di tali fenomeni di massa, di mainstream, non fanno altro che aumentare un linguaggio non reale posto vicino alla comunicazione. La conseguenza più classica è vedere i giovani svelti nella creazione di foto, svelti nello scrivere messaggi sul proprio telefonino che potrebbero aggiudicarsi un “Guinners Word Records”, ma lenti nella comunicazione verbale. Un elemento, che accomuna non solo gli abitanti bistrattati del sud d’Italia, ad esempio, che si sono adeguati a questo mondo, per quel senso di rivalsa, di rivincita, di moda, con gli abitanti del nord d’Italia, che certamente hanno sviluppato di più questo interesse di agglomerazione sociale e dove sono nati centri per far uscire chi è dipendente da ciò.
Insomma, la comunicazione digitale, ha segnato il linguaggio del tempo ed ha anche sbandierato quel lato che sino a oggi nessun pensatore, forse aveva mai pensato ed immaginato, ossia, la voglia di sentire uguale in ogni elemento che si vede svolto non, in una persona vicina, ma lontana.

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